Considerazioni frivole e domande ingenue sui FBYC

Da un paio di giorni è comparsa una notizia che ha mandato in visibilio molti, e lasciato perplessa me: i Fine Before You Came hanno deciso di trasformare la loro esperienza acustica dello scorso tour in un vinile a tiratura limitata in uscita il 20 luglio.

L’album dovrebbe contenere dodici delle loro più famose tracce, riarrangiate in chiave acustica ed eseguite durante le 11 date che hanno portato la band a spasso per l’Italia in gennaio. A settembre diventerà poi un CD per la casa discografica Secret Furry Hole, ma si tratterà sempre di pochissime copie.

Ora, quello che mi sono subito chiesta è: come si fa il salto dal fare musica alla maniera violenta, viscerale tipica dei Fine Before You Came, a pensare ad un acustico che sicuramente avrà tutto un altro effetto sull’ascoltatore? I loro live sono quasi eventi mistici, in cui si realizza una tale compenetrazione tra i membri del gruppo e il pubblico, una tale compassione che qualunque osservatore ignaro rimarrebbe basito davanti al compiersi di questo prodigio. Non mi è mai capitato di assistere a una loro performance, ma già solo ascoltando le loro canzoni potevo immaginare l’esplosione di grida e di rabbia e di gioia, in fondo. E infatti…

Insomma, non è così comune che una band affermata e di successo ma, diciamocelo, non esattamente quel pop da grande pubblico, arrivi al livello in cui non c’è più alcun bisogno nemmeno di cantarle le parole delle canzoni. La gente fa tutto da sola, e non come  a quei concerti in cui gran parte dei paganti urla soltanto il ritornello dei pezzi più noti e per il resto si guarda attorno sbaccalita. Le persone ti tolgono le parole di bocca, cantano al posto tuo l’intero testo e rischi che gli scoppi il cuore a un metro da te, per la foga che ci stanno mettendo. Si tratta di una vera festa, di condivisione, di un momento di vera musica.

E che succede se a questa carica esplosiva viene sedata, diciamo ammortizzata (anche psicologicamente per l’ascoltatore l’approccio è sicuramente assai diverso) da un acustico? mi sono domandata.
Nel caso dei FBYC non si può rispondere a questa domanda, semplicemente perchè è ingenua ed è stata formulata, anzi, è emersa, senza tener conto di chi si ha di fronte. La band milanese non è di certo di quelle che rinnegano sè stesse, ha un’identità troppo definita per farlo: era impossibile che si fossero svegliati una mattina tutti e cinque e avessero deciso di adattare Vixi o Magone in chiave “romantici strimpellatori da oratorio”.

Mi è bastato andare a cercare qualche video tratto dalle date del tour acustico per rendermi conto di quanto le mie perplessità fossero del tutto ingiustificate: una carica pazzesca sprigionata, delle sonorità ancora più profonde e travolgenti, fuse e amalgamate perfettamente con i testi che viaggiano sul filone emo-core come quelli di nessun’altra band italiana, trascinandosi dietro i cuori, le urla e i dolori di un circoscritto ma devoto pubblico. Per non parlare di quel violoncello principe del palco: un vero tocco di classe!

Quindi, il 20 luglio è una data da attendere con gioia perchè, se i FBYC potevano radicalizzarsi, beh, l’hanno fatto! E come l’hanno fatto? Mettendo in discussione tutto il loro lavoro fino al 2015.
Insomma, ci sono tanti modi di fare musica e sicuramente allontanarsi anche di molto dalla propria dimensione non vuol dire tradire il pubblico, nè rinnegare il percorso battuto fin ora: non potrei immaginare niente di più coerente del lavoro che hanno svolto.

Ah, e credo che chi è andato a sentirli quest’inverno sia ancora fuori dal locale, un po’ a tremare, un po’ a piangere, un po’ ad essere felice.

(Foto proveniente da internet su cui non ho ne rivendico alcuna autorità ^^' )
(Foto proveniente da internet su cui non ho ne rivendico alcuna autorità ^^’ )

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