(S)poesia e disturbi cronici con Guido Catalano

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Ho sempre pensato che la poesia fosse qualcosa di complesso e pesante, un affare serissimo. Poi sono andata a sentire un reading dell’ormai noto Guido Catalano, e ho dovuto ricredermi.
(O forse no.)

Avendo già visto alcuni video delle letture di questo strambo omino, che tutto può sembrare a primo acchito fuor che un poeta, mi ero fatta un’idea di quel che mi attendeva. Nonostante ciò la serata mi ha comunque lasciata con diversi quesiti.

Dall’inizio alla fine della sua performance, Catalano non la smette di ammaliare il pubblico, gioca con lui, lo fa ridere, si fa amare. Non appena inizia il reading mi accorgo che buona parte delle persone intorno a me conosce quasi a memoria i versi di poesie, dialogoni e quant’altro; nella loro espressione al momento di annunciare una nuova poesia riesco a leggere la speranza di sentir declamare la propria preferita, e gioia per la scelta di una a cui si è legati – o il disappunto, per una che invece non piace molto.

Le risate del pubblico fanno da sottofondo alla voce squillante del poeta barbuto per tutto il tempo, e l’atmosfera si scalda facendosi quasi familiare. Alla fine del reading tutti si accalcano intorno al banchino per acquistare uno dei libri dell’autore, o almeno per chiedere un autografo.

Ripensando alla serata mi viene da chiedermi: fino a non troppo tempo fa la poesia era l’attività dei letterati e dei dotti, qualcosa di talmente lontano dalla quotidianità da essere percepito come una manna dal cielo, che non si sa da dove arriva o perchè. Sembrava quasi impossibile, a pensarci, che qualcuno fatto di carne ed ossa avesse scritto quei componimenti. Ora, con Catalano abbiamo l’antitesi del poeta vate, in un certo senso la banalizzazione della poesia, che tutt’un tratto è diventata terribilmente pop. E’ cambiato il mondo, siamo cambiati noi? Perchè Catalano ci piace?

Innanzi tutto se volete mettervi a leggere uno dei suoi libri di poesie, vi conviene rinunciare fin da subito alla metrica, alla forma, all’eleganza. O meglio, non è che le sue poesie manchino di questi elementi, solo che non li contengono nel modo in cui ci si aspetterebbe di trovarli. La ricercatezza del verso viene totalmente abbandonata, preferendo parole quotidiane, semplici, spesso inventate o appositamente esagerate, linguaggio scurrile, ripetizioni. Ciò non toglie che, come sempre, per creare uno stile che sia originale sia necessario un lavoro di labor limae, seppur “distruttivo”.

Il poeta non si presenta affatto come un übermensch, capace di provare emozioni sublimi e perfette: perfetta felicità, perfetta malinconia, perfetto dolore e solitudine. Il poeta – o meglio questo poeta – è un uomo qualunque, anzi di più, è potremmo dire uno sfigato. Tra i vari temi cardine dei versi di Catalano c’è senza dubbio l’amore, ma attenti: non è come ve lo ricordavate dal libro di letteratura del liceo. Incastonati tra una poesia d’amore felice e l’altra, ci sono milioni di amori ridicoli, vergognosi, friendzone, disgrazie e chi più ne ha più ne metta. Insomma, chiunque abbia affrontato nella vita una quantità media di traversie non può non rileggersi in quelle strofe.

In fine, anche la sintassi, il linguaggio, insomma la forma, appartengono al linguaggio e ai modi di fare comuni. Non c’è tentativo di elevare la poesia al di sopra di qualcosa, anzi semmai c’è un desiderio di trascinarla verso il basso, di accartocciarla, smangiucchiarla e gettarla in un angolo della strada: quello sembra essere il suo luogo naturale.

Viene da chiedersi se si tratti a questo punto di poesia, ma queste dissertazioni terminologiche le lascio ai miei docenti all’Università. Per ora mi sento di dire che se c’è una cosa che Catalano sa fare è parlare non col proprio pubblico, ma con i propri pari, e se volete sentirvi vicini a qualcuno che condivide il vostro odio per il mare o per Fernando, i suoi reading sapranno scaldarvi il cuore. Badate bene, potreste pure commuovervi, che gli scherzi sono le cose più serie che ci sono.

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